La notte degli Oscar 20I5: Hollywood premia la sua “decadente” disfatta

A poche ore dalla Notte degli Oscar, i blogger e i critici di tutto al mondo cercano di analizzare una delle più prevedibili cerimonie di premiazione, in cui però Hollywood nella sua ostinata esaltazione di valori universali e condivisibili dalla maggioranza dell’opinione pubblica riesce a stupire (fortunatamente) premiando il coraggio di Aleandro Gonzalez Inarritu, il cui film Birdman è una vera e propria analisi spietata sullo star system hollywodiano che deride, denigra e verso cui punta il dito con occhio cinico, disilluso e ironico. Con l’Oscar a Birdman, è come se Hollywood (lo speravamo tutti) premiasse la sua “decadente“(nel senso letterario del termine) disfatta, una sorte di “Grande bellezza” americana in cui l’invenzione stilistica è al servizio di una sceneggiatura volutamente ridondante e carica di dialoghi spettacolari sul rapporto “ingrato” tra arte e popolarità (forse è per questo che non è tanto amato dalla critica, che in Birdman non ne esce a testa alta). Ma veniamo alla cerimonia. Se le 4 statuette a Birdman (miglior film miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior fotografia) erano abbastanza prevedibili dopo che Boyhood (l’altro favorito) ha visto “strapparsi” la statuetta per il miglior montaggio dal bellissimo Whiplash che si è portato a casa 3 statuette, assieme a quelle scontate per l’attore non protagonista J.K.Simmons e il montaggio del suono, altrettando prevedibili erano le 4 statuette a Grand Budapest Hotel (miglior costumi alla nostra Milena Canonero, miglior scenografia, miglior trucco, miglior colonna sonora). Le uniche sorprese sono arrivate in poche categorie: in quella per il miglior film d’animazione dove ha vinto Big Hero 6 a danno Dragon Trainer 2, in quella per la miglior sceneggiatura dove si pensava ad un ex-equo tra Birdman e Grand Budapest Hotel, e in quella per il miglior montaggio dove ha vinto Whiplash a danno di Boyhood. Per il resto tutto da copione dall’Oscar al miglior film straniero al polacco Ida (il cui regista ha tenuto uno dei discorsi peggiori della storia, incalzato dalla musica della regia che lo “invitava” ad abbandonare il palco) all’Oscar agli altri interpreti (tutti meritatissimi): Julianne Moore per Still Alice, Patricia Arquette per Boyhood, Eddie Redmayne per La teoria del tutto. Prevedibili anche l’Oscar ai migliori effetti speciali a Interstellar (meritava di essere nominato come miglior film, ma dopo la passata edizione in cui si omaggiava il “genere” con Gravity, forse gli Academy volevano diversificare), scontato l’Oscar al miglior suono mixato ad American Sniper (che certa stampa italiana dava come favorito, ma favorito da chi?) come pure la statuetta per la miglior canzone assegnata a Glory per il film Selma. Per quanto riguarda il ritmo della serata, siamo ben lontani dai monologhi comici di Billy Cristal e dalle trovate di Ellen De Generes o Whoopy Goldberg, il presentatore Neil Patrick Harris delude le aspettative (si ricorda solo un momento in cui cita la scena di Birdman in cui Keaton rimasto fuori dal teatro è costretto ad “andare in scena” in mutande), per non parlare dei momenti coreografici sostituiti da momenti musicali, certo d’impatto, ma privi della magia e dell’illusione cinematografica a cui ci avevano abituati nelle precedenti edizioni. Inoltre SORPRENDE nel momento tanto delicato in cui si ricordano tutti quegli artisti che sono scomparsi durante l’anno (IN MEMORIAM), la mancata menzione al nostro Francesco Rosi, non tanto per campanilismo, in fondo è stata ricordata Virna Lisi, lei che ad Hollywood non ci voleva proprio andare, ma perchè Rosi ha ispirato molti registi americani e poi in fondo ha ricevuto anche una nomination nella categoria miglior film straniero per Tre fratelli. Una dimenticanza che sicuramente l’anno prossimo riusciranno a correggere, come è successo quest’anno, in cui hanno inserito tra i “ricordati” Alain Resnais che è invece era morto l’anno scorso.

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